Intervista con Michela Luise: cibo, ecologia e modi di abitare il mondo

Michela Luise è divulgatrice ambientale e guida naturalistica. Da anni si occupa di educazione e sostenibilità, lavorando tra scuole, associazioni e percorsi di sensibilizzazione legati ai temi dell’ambiente, del territorio e delle comunità locali.

Da anni si occupa di sostenibilità e formazione, lavorando con scuole, associazioni e percorsi di cittadinanza attiva. In questa intervista riflette sul rapporto tra esseri umani e ambiente, sulle disuguaglianze del consumo contemporaneo e su cosa significhi oggi “abitare” il mondo invece di limitarsi a viverlo.

Come è nato il tuo percorso nell’ambito dell’ambiente e della sostenibilità?

È stato un percorso lungo e stratificato. Da sempre ho avuto una forte attrazione per tutto ciò che ha a che fare con lo stare fuori, anche quando non era così diffuso, soprattutto per una bambina cresciuta poi in città. Al liceo mi sono appassionata alle scienze, in particolare alla geologia. Ed è stata proprio la geologia a darmi la chiave di lettura che ancora oggi guida tutto il mio pensiero: capire quanto l’essere umano sia plasmato dall’ambiente e, allo stesso tempo, quanto abbia la capacità - e spesso la pretesa - di plasmare il territorio in cui vive.

Poi mi sono appassionata alla preistoria, che per me è stata un punto di sintesi perfetto tra scienze e discipline umanistiche. Mi ha permesso di osservare l’evoluzione dei popolamenti, soprattutto in ambienti estremi come l’alta quota, e di interrogarmi su una domanda fondamentale: non solo come vive l’uomo, ma come vive un intero ecosistema.Da lì il passaggio all’ambiente, alla divulgazione e alla sostenibilità è stato naturale. Senza quasi accorgermene ho costruito un percorso che oggi riconosco come un filo rosso: quello della complessità.

Come definiresti oggi il tuo ruolo?

Il mio compito è quello di rendere la complessità comprensibile e accessibile. Non sono una specialista iper-tecnica: mi definisco una “tuttologa” nel senso più classico del termine, curiosa, capace di connettere saperi diversi. Quello che so fare è tradurre informazioni complesse in qualcosa di ascoltabile, condivisibile.

Ma c’è anche un altro aspetto: creare uno spazio accogliente, soprattutto per i più giovani. Un luogo sicuro dove poter fare domande, confrontarsi, anche sbagliare. Sento una responsabilità forte verso le nuove generazioni. In parte, i problemi che affrontano oggi derivano anche dal mondo in cui siamo cresciuti noi. E quindi il mio ruolo è anche quello di accompagnare, senza paternalismo, ma con consapevolezza.

Qual è il problema più concreto che hai incontrato?

Senza dubbio, l'ostacolo più concreto è stato il genere. Può sembrare anacronistico, ma per una donna che ama vivere il territorio, stare all'aperto e 'sporcarsi le mani' sul campo, il percorso non è mai lineare. All'università ho vissuto questa difficoltà in modo quasi inconsapevole, normalizzando l'idea che certi ambienti fossero implicitamente maschili.
Questa pressione mi ha spinta inizialmente verso una 'zona di comfort' accademica, la preistoria, dove ho però scoperto la mia vera arma: la capacità/faclità di relazionarmi e di raccontare.
Ho capito che potevo trasformare la mia sensibilità e la mia attitudine alla parola e invece di limitarmi alla ricerca pura, ho scelto la via della narrazione scientifica.
Non è stata una fuga dalla pratica, ma un'evoluzione naturale: ho deciso di consolidare i fatti scientifici attraverso il racconto, diventando una divulgatrice capace di dare voce all'ambiente. Oggi quel 'limite' di genere si è trasformato nel mio punto di forza: uso la narrazione per rendere la scienza accessibile, umana e, soprattutto, inclusiva.

Qual è il principale nodo critico che incontri nel tuo lavoro?


Abbiamo completamente ribaltato la piramide della realtà. Se chiedi a chiunque quale sia il pilastro più importante tra ambiente, società ed economia, la risposta è quasi sempre: l’economia. Ma è un errore profondo. Le comunità umane, nella loro forma più semplice, lo sapevano benissimo: l’ambiente viene prima di tutto, perché è ciò che garantisce la sopravvivenza. Da lì nasce la società, e solo dopo l’economia.

Oggi invece ragioniamo in modo antropocentrico, non ecocentrico. Non ci percepiamo più come parte di un sistema, ma come qualcosa che lo domina. E questo ha conseguenze enormi: siamo probabilmente l’unica specie che sta andando consapevolmente verso la propria estinzione.

In che modo questo si ricollega alle tensioni tra sostenibilità e disuguaglianza economica?

Uno dei problemi principali è che non teniamo conto delle disuguaglianze. Parlare di consumo sostenibile senza considerare le condizioni economiche delle persone è profondamente ingiusto. Non puoi parlare di alimentazione consapevole o fast fashion a chi non ha accesso a alternative. La sostenibilità non può essere un lusso. È lì che senti tutta la complessità - e anche il limite - del tuo lavoro.

Come si inserisce in questo contesto il tuo lavoro con l’associazione?

L’associazione è una rete, prima di tutto. Un luogo dove le competenze si intrecciano e si completano. Per me oggi è fondamentale lavorare in modo sistemico: uscire dalla logica dell’emergenza e iniziare ad anticipare.

Le due parole chiave che guidano il mio lavoro sono proprio queste:
Anticipazione e de-normalizzazione..

Dobbiamo smettere di considerare normali comportamenti e modelli che non sono sostenibili - né ecologicamente né socialmente. E allo stesso tempo dobbiamo imparare a prevedere le conseguenze delle nostre azioni, invece di intervenire sempre dopo.

Che tipo di persone incontri nei vostri percorsi educativi?

Lavoriamo con tutte le età, dai bambini molto piccoli fino agli adulti. Quello che noto sempre di più è una frammentazione dell’informazione: tutto è veloce, settoriale, superficiale. Questo rende difficile arrivare all’educazione vera, che richiede tempo, continuità, profondità.

Si parla molto di “competenze green”, ma spesso restano parole. Perché sono competenze trasversali, non tecniche: implicano un cambiamento di visione, non solo di comportamento. E senza tenere conto delle differenze sociali ed economiche, queste competenze rischiano di rimanere astratte.

C’è un tema che senti particolarmente centrale oggi?

Sì: l’agrobiodiversità.

Studiare la storia dell’agricoltura, dalla rivoluzione neolitica in poi, ti fa capire quanto il rapporto tra uomo e ambiente sia sempre stato un processo di adattamento reciproco. Le varietà locali, le razze autoctone, le pratiche agricole tradizionali sono il risultato di un equilibrio costruito nel tempo.

Per questo credo che l’agricoltura familiare e il lavoro dei piccoli produttori abbiano un valore enorme - culturale, ecologico e sociale. E per questo è fondamentale che entrino nei luoghi in cui si decide, anche nelle discussioni sulle politiche del cibo. Non si può parlare di alimentazione senza chi il cibo lo produce.

Che ruolo ha oggi l’attivismo per te?

Gli estremi sono necessari. Servono a scuotere, a mettere in crisi. Ma il vero problema non sono i giovani attivisti: siamo noi adulti. Siamo noi il collo di bottiglia. Non ascoltiamo, giudichiamo, manteniamo un atteggiamento paternalistico. Le reazioni forti delle nuove generazioni sono anche una risposta a questo. E forse dovremmo iniziare proprio da lì: dall’ascolto.

Se dovessi sintetizzare il senso del tuo lavoro oggi?

Direi questo: aiutare a riconnettere. Riconnettere le persone alla complessità del sistema in cui viviamo, al territorio che abitano, alle conseguenze delle loro azioni. Perché senza questa consapevolezza non può esserci cambiamento.

E forse, soprattutto, ricordarci che non siamo fuori da questo sistema.
Ne siamo parte.

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