Coltivare la memoria e il futuro dalla terra: dialogo con Luigina Speri

Un po’ oltre l’eremo di San Colombano una stradina ripida si avvita su se stessa. Controlliamo che non arrivino altre macchine e la imbocchiamo. È una giornata di inizio aprile, e qui in Vallarsa le foglie sugli alberi sono puntiformi, arrotolate ancora strette. Siamo venute a parlare con Luigina Speri, ospite del nostro festival Il Canto della Terra che si terrà a Rovereto e dintorni il 7, 8, 9 e 10 maggio. Con lei esploreremo il mondo delle erbe spontanee: la mattina del 9 maggio ci guiderà in un laboratorio di raccolta e riconoscimento sul campo, seguito da un momento di cucina condivisa all’oratorio Rosmini, per imparare a portare queste piante direttamente nei nostri piatti.

Luigina lavora da anni in questo ambito, intrecciando esperienze diverse e profondamente connesse tra loro. Con la sua azienda, Al Massarem, ha portato avanti pratiche di agricoltura biologica, affiancandole a un impegno educativo rivolto ai più piccoli attraverso una colonia estiva. Nel tempo si è inoltre dedicata alla trasformazione delle erbe officinali, sia spontanee, sia coltivate, sviluppando una conoscenza pratica del loro utilizzo.

Aldo, il marito di Luigina, ci apre il cancello. Tra le sue gambe sbuca un cane dagli occhi azzurri, che ci viene incontro facendoci festa. Luigina ci invita a scendere pochi gradini, verso il giardino, dove crescono la lavanda, l'elicriso, la salvia e il rosmarino, materia viva di lavoro. Ci parla del suo lavoro con Maria, una sua collaboratrice, delle creme, unguenti, olii essenziali e oleoliti che realizzano.

 

Le chiedo da dove nascono le sue conoscenze, da dove proviene il suo rivolgersi alla terra. La risposta è diretta e immediata. Il padre. Da bambina lo osservava curarsi con le erbe; la madre, invece, “era per la chimica”, dice sorridendo. Nel suo racconto si sente una continuità: i saperi pratici ereditati, tramandati, ma anche la consapevolezza che non bastano da soli - che bisogna continuare a imparare.”

“Dai miei genitori ho avuto la pratica. Ho imparato a seminare, a piantare, a zappare, a pulire la stalla, a spargere letame, a cucinare, a fare le tagliatelle, a fare gli gnocchi, a fare la polenta. Poi cosa ho imparato? Ho imparato il rispetto. Ho imparato a mangiare bene. Mia madre cucinava bene. Io ho migliorato ancora di più la cucina, leggendo, facendo corsi. Devi informarti, non puoi stare ferma. Perciò corsi sopra corsi. Sia di biodinamica, sia di cucina. Hai la base, ma poi devi continuare a imparare.”

Scendiamo un po’ verso l’orto, stanno spuntando i piselli, l’aglio, i porri, anche i carciofi, che verranno più tardi, “piccolissimi però”.

Per continuare a imparare, dice, serve anche una rete.

“Devi avere una rete di mutuo aiuto. Perché come fai altrimenti? Sei fuori dal giro, sei da sola. Non siamo soli. Non siamo soli. Ho le amiche. Io ad esempio ho un'amica da cui ho imparato, lei è stata il mio punto d'appoggio. Tante dritte me le ha date lei. Perché il sapere del Novecento qua mi serve, però ho bisogno anche di altro. Non puoi fare il contadino tanto per… non esiste, devi prendere un libro in mano, parlare, confrontarti con altre persone. Io ho il sapere dei miei genitori, ma è il sapere del novecento”.

Il padre di Luigina era contadino. Minatore per necessità, carpentiere per vocazione. Dopo un incidente che lo rende cieco in un occhio torna nei campi.

“Il carpentiere deve avere due occhi. Perché una volta non avevano i laser, facevano con l'occhio. E allora è ritornato nei campi. Eravamo in mezzadria dal conte Bossi Fedrigotti per un po' di anni e lì ho imparato dal mio grande maestro che era mio papà e la mia grande maestra che era la mia mamma a coltivare la terra.

Poi non è che era mia intenzione, continuare a coltivare, sinceramente. Però a un certo punto della vita è stato necessario per me allontanarmi dalla città. Mi stava un po’ stretta. E come ho visto la terra… fra me e lei c’è un rapporto molto intimo. Mi attira.

Quando parla della terra, Luigina usa parole che rimandano al corpo. La descrive come una pancia: qualcosa che digerisce, o che non riesce a digerire.

“Cerco di mettere il meno possibile la chimica nel terreno. Perché il terreno non la digerisce la chimica. Digerisce letame, quello lo digerisce, digerisce macerati, digerisce tutto quello che viene da lei.”

Le chiedo quale sia, secondo lei, lo stato dell’agricoltura in Trentino oggi.

“C'è troppa monocultura. Sai cosa mi raccontavano? Che quando scendevi da Brentonico negli anni 50 e ti giravi, vedevi tutti terrazzamenti di un colore diverso dall'altro. In uno c'era il grano con i papaveri, nell'altro c'era il mais. Ogni terrazzo aveva un colore. Le viti, però non tante viti come adesso. Io faccio la rotazione. Il pisello l'anno scorso l'avevo messo da quella parte. Quest'anno lo metto da questa. Le cipolle le ho messe da questa. La rotazione perché altrimenti i principi nutritivi che ci sono, i minerali, li si impoverisce il terreno e la monocoltura è questa. È importantissimo adesso, come sta evolvendo la situazione nel mondo, avere delle certezze alimentari.”

Praticare questo tipo di agricoltura richiede tempo, richiede pazienza. Pazienza anche nel gestire le irruzioni di un animale che qui è molto presente, il cervo.

“Sono tantissimi. Ogni tanto li vedi passare in mezzo al bosco. Ma venti, anche. Una volta sono uscita dalla casa l'inverno e ho visto un animale strano. Ho detto, ma tu chi sei? Questo mi ha guardato, sai, alto così. Allora gli ho detto, com'è che ti permetti di mangiarmi le cose? Allora si è un po’ spaventato, la rete era più bassa ed è saltato fuori. Io ci conto, non compro la verdura, io.”

Attorno a noi crescono erbe e piante di tutti i tipi, oltre a quelle coltivate, molte sono spontanee: borragine, cardo mariano, radicchio, si seminano da sole.

“Qui le piante si ammalano pochissimo. E ci sono i rimedi naturali, eccome. Chiedono un po’ più di tempo, pazienza. C’è il macerato di ortiche. Ci sono tante cose che si possono fare, ci vuole più tempo, più dedizione. Dedichi più tempo a te stesso e alla natura. Quando tu prendi la zappa in mano sei lì. Sei lì per curare. È la cura, no? È la cura che tu devi mettere. Nella vita devi mettere cura. Anche in te stessa, che è un po' più difficile. Devi curare quello che fai. Allora viene bene. Il cibo. La dedizione del cibo, alla casa, anche. Alle amicizie. Dedicare tempo. Cosa facciamo altrimenti? Siamo sempre soli. Abbiamo bisogno dell’altro, di due chiacchiere. Di stare con gli altri.”

“Come si integra la tua pratica di yoga in tutto questo?”

“Allora, lo yoga è tradizione. E questo è tradizione. Lo yoga ti porta a essere con te stesso. Qua sei con te stesso. Non c'è nessuna differenza fra te e la pianta e la terra. Sei tu. Sei sempre tu. L'amore che tu porti nel fare le cose. E' questo l'importante. Essere, essere. Non puoi venire e non puoi insegnare yoga e non essere. Non puoi metterti qua a zappare, a curare e non essere. Possiamo chiamarlo qui ed ora. Possiamo chiamarlo così. Dopo possiamo dargli tutti i nomi che vogliamo, ma è questo, essere presente. In questa società sei sempre meno presente. Però è così, va bene così, è spirito di adattamento. Stai bene, sia con lo yoga… allora lo yoga mi fa passare il mal di schiena, questo me lo fa venire, perciò sono due cose che vanno di pari passo.”

Smettiamo di registrare e torniamo in cucina, Luigina ci mostra una delle sue creme, mi invita a spalmarne un po’ sulle mani. Il profumo si sprigiona sulla mia pelle: lavanda, calendula, oleolito di iperico.

Vi aspettiamo per il laboratorio di Luigina il 9 maggio, ritrovo alle 9:30, al parcheggio di Vanza di Trambileno.

Il programma completo del festival è disponibile qui

 

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