Intervista con Ludovico Rella

Retrospettiva sull’evento “Pensiero Planetario”, nell’ambito del festival Il canto della Terra (Rovereto, 11 ottobre 2025)

“Pensiero Planetario” è una giornata di approfondimento organizzata all’interno del festival Il canto della Terra, dedicata al rapporto tra tecnologia, intelligenza artificiale e crisi climatica. Ne parliamo con Ludovico Rella, ideatore e organizzatore dell’evento.

D: Come nasce l’evento e quali tematiche affronta?

L’evento nasce all’interno delle tematiche del festival, che ruotano attorno al cambiamento climatico in senso ampio. Abbiamo deciso di dedicare un’intera giornata al rapporto tra tecnologia, intelligenza artificiale e impatto ambientale.

Negli ultimi tre o quattro anni l’IA è diventata un settore trainante e si è rapidamente dimostrata una tecnologia con un enorme fabbisogno energetico. Il funzionamento dei modelli linguistici, generativi e grafici richiede infrastrutture di scala planetaria. Queste infrastrutture comportano consumi significativi non solo di energia, ma anche di acqua.

Questo pone interrogativi importanti: quale impatto avrà l’aumento del fabbisogno energetico sulla transizione ecologica? Già il passaggio dalle fonti fossili alle rinnovabili rappresentava una sfida complessa, e l’emergere dell’IA aggiunge ulteriori pressioni.

Allo stesso tempo, però, le tecnologie di IA offrono anche possibilità promettenti. Possono contribuire alla transizione ecologica, ad esempio attraverso la produzione di modelli climatici molto accurati, simulazioni del riscaldamento globale o dell’innalzamento dei mari, fino alla creazione di veri e propri gemelli digitali del pianeta. Inoltre, trovano applicazioni in ambiti come la modellazione dei flussi di plasma nei reattori a fusione, che potrebbero supportare nuove forme di energia pulita.

L’idea della giornata è quindi tenere insieme queste due dimensioni: da un lato uno sguardo critico sui costi ambientali dell’IA, dall’altro un’apertura verso le sue potenzialità future.

D: Sei un post-doc in geografia a Durham. Come sei arrivato a lavorare all’intersezione tra questi campi? E che contributo può dare la geografia?

Il mio percorso è stato piuttosto indiretto: vengo da scienze politiche, studiate a Firenze e poi a Lund, in Svezia. Mi sono avvicinato alla geografia perché è una disciplina profondamente interdisciplinare, quasi “ribelle” rispetto ai confini accademici tradizionali.

La geografia permette di analizzare fenomeni sociali da molteplici punti di vista contemporaneamente. Nel mio caso, già durante il master mi interessavo all’impatto sociale delle tecnologie. La geografia offre strumenti per capire come le tecnologie si sviluppino sempre nello spazio, all’interno di reti materiali e relazioni globali.

Ad esempio, ogni dispositivo che utilizziamo - smartphone, computer - è il risultato di catene di produzione globali: estrazione di minerali, produzione di componenti, logistica, distribuzione. Studiare queste catene permette di collegare la nostra esperienza quotidiana a un’economia globale fatta di divisione del lavoro e disuguaglianze.

Un altro aspetto riguarda le infrastrutture digitali. Quando utilizziamo strumenti come ChatGPT, stiamo attivando una rete complessa di data center distribuiti nel mondo. Questi sistemi sono resi possibili da enormi quantità di dati raccolti globalmente e da una divisione del lavoro che include, ad esempio, la moderazione dei contenuti – spesso svolta in paesi del Sud globale, in condizioni di lavoro precarie.

La geografia si interessa proprio a questo: al rapporto tra vita quotidiana e sistemi globali, tra tecnologia, economia e spazio. Questo approccio interdisciplinare consente di affrontare fenomeni complessi in modo più articolato, ma anche più comprensibile.

D: La geografia critica mette in discussione l’idea di una “soluzione tecnologica” alla crisi ecologica. Come si inserisce questo dibattito nella tua ricerca?

Questo tipo di approccio è prima di tutto un modo di porre domande, più che di offrire risposte definitive. Si tratta di decostruire l’idea che la tecnologia possa essere una soluzione neutrale.

Un riferimento utile è Michel Foucault e il concetto di “problematizzazione”: ogni soluzione genera nuovi problemi, e ogni soluzione è tale per qualcuno, ma non per tutti. Questo implica una consapevolezza fondamentale delle disuguaglianze strutturali.

Nel caso dell’IA, l’obiettivo non è semplicemente criticarla, ma mettere in discussione l’idea che possa rappresentare la soluzione alla crisi ecologica. La crisi climatica e la transizione energetica sono problemi politici e sociali: non possono essere ridotti a questioni puramente tecniche. the solution to the ecological crisis. Climate change and the energy transition are political and social problems; they cannot be reduced to purely technical issues.

Ogni tecnologia si sviluppa all’interno di specifiche condizioni sociali. Per questo è fondamentale chiedersi: che tipo di società stiamo costruendo integrando queste tecnologie? Quali risultati sono desiderabili, e per chi?

Nel mio lavoro mi interrogo, ad esempio, sulla natura centralizzante dell’IA contemporanea: grandi data center, grandi aziende, enormi consumi energetici. Ma questo è solo uno dei possibili modelli. Si potrebbero immaginare forme alternative di IA: modelli più piccoli, meno energivori, decentralizzati, utilizzabili su dispositivi locali.

Esistono già reti di ricerca, soprattutto a livello europeo, che esplorano queste possibilità e riflettono sul ruolo del settore pubblico. Uno dei rischi principali, infatti, è che il controllo della tecnologia passi sempre più a grandi aziende private.

D: Parliamo di gemelli digitali. Cosa sono e quali opportunità offrono nella modellizzazione climatica?

I gemelli digitali sono tecnologie che mirano a creare una replica di sistemi reali, ma non esiste una definizione unica. Possono riguardare scale molto diverse: dal corpo umano, alle città intelligenti, fino al clima globale o agli oceani.

Negli ultimi anni stanno diventando un campo di applicazione centrale per il machine learning. Esistono progetti come Earth-2 di NVIDIA o il programma europeo Destination Earth, che mira a creare un gemello digitale del pianeta. L’obiettivo è integrare dati climatici, economici e sociali per simulare scenari complessi.

Durante il workshop abbiamo lavorato con ricercatori del Barcelona Supercomputing Center proprio su questi temi, attraverso attività di design partecipativo.

È però fondamentale mantenere uno sguardo critico: i dati non sono mai neutrali. Sono sempre parziali, situati, legati a specifici contesti e interessi. Nella costruzione dei gemelli digitali bisogna interrogarsi su quali prospettive vengano incluse e quali escluse.

Se si lavora su scala planetaria, è essenziale evitare un approccio eurocentrico o dominato dal Nord globale. Non si tratta semplicemente di “integrare” saperi locali in un modello dominante, ma di mettere in discussione i modi stessi in cui produciamo conoscenza.

La crisi climatica è anche il risultato di specifici sistemi di sapere sviluppati nel Nord globale. Pensare di risolverla intensificando gli stessi paradigmi rischia di essere un’illusione.

*

Come emerge dalle parole di Rella, la sfida non è trovare una soluzione tecnologica alla crisi ecologica, ma ripensare il modo in cui tecnologia, società e ambiente si intrecciano. In questo senso, “Pensiero Planetario” ha restituito la complessità di un campo in rapida trasformazione, attraversato da promesse tecnologiche e limiti materiali.

Più che offrire risposte definitive, la giornata ha aperto uno spazio di interrogazione condivisa: sul ruolo dell’intelligenza artificiale, sui modelli di sviluppo da sostenere e, soprattutto, sulle forme di convivenza che siamo disposti a immaginare.

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